Rock Progressivo e Jimi Hendrix
Individuato come un subgenere del frastagliato universo pop-rock, il rock progressivo vive il suo sviluppo nell’arco del decennio ’65–’75 attraverso tre principali fasi evolutive: nella prima assistiamo al superamento degli stilemi del beat e del blues revival che convergono in un originale linguaggio espressivo (biennio 65-66); una seconda fase (67-71) caratterizzata da una proliferazione di generi e stili a volte anche lontani fra loro ma assolutamente originali e creativi; la terza fase caratterizzata dalla saturazione del genere che lentamente perde buona parte dei suoi contenuti creativi e lascia spazio al punk e ad altri generi affini.
E’ nel periodo a cavallo tra la prima e la seconda fase che compare nella scena della “swinging London” un giovane chitarrista americano, portato in Europa dal manager che lo aveva scovato negli Stati Uniti: Jimi Hendrix che con le sue intuizioni stilistiche e sonore rivoluzionerà nel giro di pochi anni il concetto classico di chitarra elettrica.
Testimonianze dell’epoca ci dicono che anche importanti chitarristi come Eric Clapton, Jeff Beck, Pete Townshend, già operanti nelle scene musicali inglesi e interpreti di quel blues revival di matrice afro-americana, rimasero sinceramente sorpresi, se non addirittura stupiti nell’assistere alle rivoluzionarie performances di Hendrix: il suo stile innovativo, l’uso non ortodosso di chitarre ed amplificatori, la sua incontenibile carica ritmica e soprattutto il sound, fecero di lui un musicista originale che, nonostante la sua breve vita lasciò un segno indelebile non solo nella storia della chitarra, ma anche in quella della popular music.
Come suggerisce Sheila Witheley in un interessante articolo su Popular Music, la musica di Hendrix può essere analizzata attraverso la corrispondenza tra il suo “progressive rock” e l’esperienza “psichedelica”. In particolare la Witheley mostra in che modo l’enfasi nelle sue performances, l’improvvisazione e la sperimentazione, caratteristiche del progressive, si relazionano all’esperienza allucinogena dell’LSD, tipica della contro-cultura.
In che cosa consiste allora questa resa sonora? Innanzi tutto è importante chiarire il rapporto che Hendrix aveva con il suo strumento inteso non solo come “ferro del mestiere”, ma quasi un prolungamento del suo corpo, un qualcosa che lo completasse sia fisicamente sia moralmente, riuscendo ad usare la chitarra come un simbolo sessuale per esprimere attraverso la sua gestualità tutta l’innovativa e innata carica musicale spesso riferita appunto al sesso e alla droga. “Allo stesso tempo l’uso di una normale Stratocaster suonata alla rovescia (Hendrix era mancino) può essere letto come un capovolgimento delle normali regole della musica rock tale da creare un ricco caleidoscopio di sonorità e di atmosfere.
Punto di partenza per un’analisi sonora sono certamente gli strumenti utilizzati. La bandiera di J. Hendrix è stata la famosa Fender Stratocaster abbinata ai soliti amplificatori Marshall. Un’accoppiata che, come già detto, è consolidata nella musica rock e continua ad essere uno standard ancor’oggi. Inoltre l’uso di una chitarra normale suonata alla rovescia, con le corde montate anche loro alla rovescia (per mantenere le stesse posizioni anche suonando da mancino) garantivano un suono molto definito sui bassi e un “sapore” certamente diverso dai “normali” chitarristi dell’epoca. Uno degli elementi tipici del chitarrismo di Hendrix è il largo uso del feedback: rimanendo con la chitarra vicino all’amplificatore, non è difficile innescare, ad alti volumi, un fastidiosissimo fischio causato dal rientro del suono prodotto nei pick-ups della chitarra. L’effetto, in Hendrix, è esasperato dal continuo suono distorto (effetto fuzz) utilizzato in modo continuativo. Nel suo caso i confini tra suono e rumore risultano dunque assai sfumati, anzi la genialità del mancino di Seattle è proprio quella di rendere quei “rumori”, che spesso si cerca di evitare, estremamente coerenti ad una musica basata in buona parte sul “sound”, anche se certo non mancavano elementi quali ad esempio una vena melodica blues ispirata ai mai dimenticati Muddy Waters ed Elmore James. Con il suo gruppo storico, l’Experience con Mitch Mitchell alla batteria e Noel Reddig al basso, Jimi Hendrix realizza tre album entrati di diritto nella storia del rock: “Are you experienced?” (1967), “Axis: blod as love” (1968), “Electric Ladyland” (1969). Essi sono il manifesto ufficiale del chitarrista, e rappresentano un importante punto di svolta della musica degli anni ’60.
Le parole di Luciano Nanni sintetizzano, tramite una recensione del primo disco di Jimi Hendrix, i concetti espressi fin ora:“Are you experienced? scuote dalle fondamenta il panorama musicale inglese, proponendo uno strepitoso rock blues psichedelico; i tempi del beat, delle ordinate linee melodiche, delle pulite armonie vocali, degli strumenti ben controllati e allineati sembrano lontani un secolo. Qui la musica eccita, punta dritta allo sballo fisico e psichico, trasmette elettricità allo stato puro assimila la tradizione del blues per ridisegnarne la forma. Qui il leader definisce nuovi parametri di confronto e non è esagerato parlare di tecnica della chitarra rock prima e dopo Hendrix: riff sospesi in un mare di feedback, affascinanti sezioni sovrapposte con chitarre impalpabili, liquide, che si raggrumano per dettare il ritmo sostenuto da un Mitchell libero da qualsiasi preoccupazione formale, l’uso di nastri manipolati che presentano parti rallentate e strumenti registrati al contrario”, elementi questi che definiscono il nuovo concetto di chitarra in uno dei capolavori della storia del rock.
WE WILL ROCK YOU - musical -
Nei miei 5 giorni di permanenza a Londra, davvero non mi sono lasciato sfuggire nulla (o quasi): Buckingam Palace, Tower Bridge, House of Parlament, Westminster, Tate Gallery, Soho, i mercatini di Portobello e Covent Garden… insomma ce n’è da vedere e da fare nella capitale dell’UK!
Ma il tocco di classe di questa vacanzina è stato assistere ad uno dei musical più in voga a Londra in questi tempi: WE WILL ROCK YOU per la regia di Ben Elton e con le musiche dei Queen.
C’è da dire che nel centro di Londra ci saranno circa 15 teatri ed altrettanti musical di grande qualità (tra cui STOMP, MAMMA MIA!, FAME e altri più o meno conosciuti), ma come potevo lasciarmi sfuggire uno spettacolo di tale spessore musicale e la produzione esecutiva di Robert De Niro?
Arriviamo alla stazione della metro di Tottenham Court Rd dove svetta il mitico Dominion Theatre con una gigantografia della locandina del musical e una statua di Freddie… un bell’inizio. Giusto il tempo per i biglietti (in piedi… ma poi riusciamo a sederci nel secondo tempo) e per regalare 3 pouds all’organizzazione per il programma di sala (ladri!!) e tra laser sciabolanti ed effetti surround inizia lo show.
La storia ha come protagonisti un gruppo di giovani ribelli che vivono in una Terra futura, dove la musica liberamente composta e prodotta è bandita, essendo l'intero pianeta sotto il controllo di una enorme multinazionale fondata unicamente su pubblicità e denaro (divertentissima Sharon D Clarke nel ruolo della perfida dirigente Killer Queen). I suddetti ribelli sono chiamati "Bohemians" e sono alla ricerca di una antica, leggendaria canzone detta "the Rhapsody". Tutto lo spettacolo è infarcito di titoli e citazioni tratte da famose canzoni rock e pop, il che coinvolge il pubblico che si sente chiamato a riconoscere tali citazioni. In questo contesto, i due personaggi principali, Galileo e Scaramouche, si uniscono ai Bohemians, un gruppo di ribelli nascosti in una stazione della metro londinese, e scoprono che proprio Galileo è il "profeta" che essi stavano aspettando, colui che raccoglierà l'eredità dell'antica, vera musica.
A dire il vero la trama è poco più che un pretesto per tenere insieme le musiche dei Queen, ma tutto sommato è efficace e ci sono delle trovate simpatiche su alcuni personaggi. Gli attori sono molto bravi e preparati, abili a coinvolgere il pubblico e ad interpretare le canzoni, ma il punto di forza dello show rimangono appunto gli immortali hits dei Queen suonati dal vivo da una band di specialisti del musical con l' innesto di due titani del rock classico come Neil Murray al basso e Laurie Wisefield alla chitarra davvero da pelle d’oca. Da sottolineare il fatto che Brian May e Roger Taylor (chitarra e batteria dei veri Queen) appaiono nel libretto di sala come supervisori musicali di questo spettacolo. Le musiche si intersecano alla perfezione con le coreografie, le scenografie e i rimandi video in multivisione che fanno di questo musical davvero una grande produzione.
Sopra le righe l’interpretazione della già citata Sharon D Clarke una voce black da paura… in “Another one bites the dust” è stata magnifica, così come il bis “Bohemian Rapsody” cantata e ballata da tutto il cast.
DAGO RED
Esce con la prestigiosa rivista World Music Magazine “Feeling like…Goin’on” il nuovo disco dei Dago Red. La band abruzzese lo ha presentato sabato 10 dicembre nella sala consigliare del comune di Guardiagrele davanti ad un pubblico di appassionati e addetti ai lavori.
Una carrellata di brani in bilico tra il folk revival e il mississipi blues che ripercorrono le 12 tracce di questo secondo lavoro interpretate dalla calda voce e dal chitarrismo essenziale di Giuseppe Mascitelli, dall’armonica e la voce di Marco Pellegrini e dagli interventi solisti del chitarrista Nicola Palanza, coadiuvati per l’occasione da una sezione ritmica con basso acustico e rullante.
“Feeling like…goin’on” è, sulle orme del precedente “Folk’n’blues memories and other tales”, un affascinante viaggio musicale intorno al blues delle origini, diretto, semplice, immediato che mette in primo piano le emozioni sincere dei musicisti.
Blues’n’roots, come la definiscono loro, ha come obiettivo la ricerca e l’esplorazione del blues e tutte le culture musicali ad esso vicine interpretate in acustico con strumenti legati alla tradizione della strada. Attraverso le 11 tracce del cd affiorano gli ovvi riferimenti ai maestri del genere come i classici Robert Johnson, Rev. Blind Gary Davis, Blind Lemon Jefferson, o i contemporanei J.J. Cale, Tom Waits, Ry Cooder, ma i Dago Red non propongono brani “fotocopia”, sono capaci di filtrare i riferimenti musicali attraverso la loro esperienza e musicalità raggiungendo un risultato notevole a livello sonoro e interpretativo. “Feeling like…goin’on” gode di un suono asciutto, essenziale, in linea con i brani proposti, niente effetti o sovraincisioni. Scelta che valorizza l’intimità del risultato finale e la maestria dei musicisti che spesso e volentieri si sciolgono in notevoli performance solistiche senza mai prevaricare l’idea sonora di gruppo.
Altro merito dei Dago Red è quello di cercare delle collaborazioni che vanno aldilà dell’aspetto musicale, proponendo degli show multimediali in cui il loro Blues’n’roots interagisce ora con i fumetti di Beppe Barbati ora con interventi recitativi. Musica da vedere, da sentire e da gustare.
Ed è proprio così che il blues può conservare la sua vitalità.
TV e REGIME
Pomeriggio casalingo quello di domenica: fuori è freddissimo, non ho voglia di andare in studio e... accendo la TV. Si sa che domenica pomeriggio è triste di per sè, ma quello che ho visto ha superato davvero il limite sella decenza. Giro su Rete4 e c'è la solta bella faccia sorridente del "nano pelato esportatore di democrazia", ma non è la solita tribuna politica con un minimo di finto giornalista che fa domande preparate, dando l'impressione di un'altrettanto finta giustizia mediatica. No, no, niente di tutto questo: c'era Irene Pivetti, non l'attrice, l'EX PRESIDENTE DELLA CAMERA che adesso fa la conduttrice TV e tutta una serie di adulatori del nano che vanno da Susanna Messaggio a Shevcenko, da Rita Dalla Chiesa (sì, proprio la figlia del generale caduto nella guerra contro la mafia e per un mondo più giusto) a Arrigo Sacchi, tutti intenti a tessere le lodi del "dottore" (così lo chiamavano prima che diventasse un esportatore di democrazia) ma in una maniera così… non so neanche come dire… viscida e compiacente che davvero mi sono vergognato di condividere quantomeno la stessa lingua e la stessa cultura di quella gente…
E’ quando vedo queste cose che mi rendo conto di vivere in un REGIME. E con questo non voglio evocare il fascismo o il comunismo stalinista, Per dirla con le parole di Marco Travaglio (che si esprime certamente meglio di me) “il regime oggi è fondato sullo strapotere del denaro e sul monopolio dell’informazione, infinitamente meno trucido e meno tragico dei totalitarismi del XX secolo, ma a suo modo più subdolo e insidioso proprio per il suo volto sorridente, anzi ridanciano. Il regime berlusconiano riesce a convincere i suoi nemici che non esiste, al massimo è un “cattivo governo” perché è di destra, ma non un regime… per carità…” Il regime mediatico non ha bisogno di carri armati, squadracce, spedizioni punitive (quelle le lasciamo a FN), provvede a tutto la TV; poi perché mai un regime moderno dovrebbe usare metodi obsoleti? La gente capirebbe di vivere in un regime e agirebbe di conseguenza… Le epurazioni non si fanno mandando al confino i personaggi scomodi, ma semplicemente cancellandoli dal video. E’ con le campagne televisive a suon di calunnie che si distruggono i magistrati, politici e intellettuali… E poi… la satira…. Abbiamo il più pungente e irriverente esempio di satira che una moderna democrazia può desiderare: STRISCIA LA NOTIZIA…. STRISCIA LA NOTIZIA? Ma ci rendiamo conto? Un insieme indefinito di luoghi comuni che il REGIME esalta come satira e dice: avete Striscia… cosa rompete le balle???
E’ mettendo in piedi squallidi teatrini come quello di domenica pomeriggio che mi rendo conto di quanto stiamo cadendo in basso